Il fantastico Bhutan

Misurare il benessere di un paese non dal proprio PIL ma dal FIL (felicità interna lorda) dà il senso di quanto l’interesse verso la serenità della popolazione che lo abita sia al centro dell’attenzione dell’apparato governativo.

Sembra che tutto sia iniziato nel 1974. Nel giorno della sua incoronazione, un teenager con la faccia da bambino invitò i suoi sudditi a respingere le convenzioni del resto del mondo. Benché reggesse il Bhutan dalla morte del padre due anni prima, il diciottenne Jigme Singye Wangchuck stava diventando allora il sovrano più giovane al mondo. Nessuno vi prestò molta attenzione, ma una frase detta durante la sua incoronazione, alla presenza di alti dignitari stranieri, lasciò il segno:  «Sarò felice se i bhutanesi saranno felici. Non credo ci sia altro che un re possa desiderare». Ciò che più di ogni altra attrazione rende questo Paese una meta speciale è l’autenticità della sua gente. Qui, infatti, la maggior parte degli abitanti indossa ancora regolarmente il gho o la kira, rispettivamente la versione maschile e femminile degli abiti tradizionali.

Prima del 1974 nessun straniero si sarebbe sognato di visitare il Bhutan, mentre ora almeno 750 italiani si recano ogni anno nel territorio himalayano. Forse il loro intento è quello di carpire i segreti che hanno portato questo paese al secondo posto al mondo in termini di felicità.

Già, ma quali sono in effetti i fattori che determinano la FIL?

Al primo posto di sicuro la qualità dell’aria, poi l’istruzione, la salute dei cittadini e la ricchezza dei rapporti sociali.

Almeno il 60% del territorio, grande poco più della Svizzera e con appena 700.000 abitanti, è coperto da foreste e qualsiasi attività legata ad esse è strettamente controllata per non alterare l’equilibrio interno.

Quando un sondaggio del 2008, sottolineo che ogni due anni si effettua un sondaggio per testare la felicità della popolazione, ha segnalato un aumento dei livelli di stress, il ministro ha deciso che in tutte le scuole fosse introdotta la meditazione, per dare ai giovani uno strumento di autocontrollo e relax. Si socchiudono le palpebre, gli occhi fissi su un punto, la sommità della lingua fra gli incisivi e il palato, la mente concentrata sul respiro. E per cinque minuti in ogni classe del Bhutan si fa silenzio. Poi però si fa lezione tutto il giorno in inglese. E i libri sono gratuiti.

Anche la sanità è gratuita e in tutto il suolo nazionale (dal 2004) sono vietati il consumo e la vendita di tabacco. Il Bhutan non rifiuta totalmente l’innovazione tecnologica, ma la tollera fino al punto in cui non incida sulla serenità del suo popolo. E così la televisione è arrivata nel 1999, il cellulare è un optional riservato a pochi numeri.

Ma indubbiamente uno degli aspetti che più caratterizzano questa nazione, e che è in linea con la religione bhuddista, è l’attenzione rivolta alla morte.

Buddha in blaze over the city at dawn

Eric Weiner, un autore di articoli e libri su viaggi, ha raccontato la sua personalissima esperienza nel Bhutan caratterizzata dall’ incontro con un uomo di nome Karma Ura. Lo mise a conoscenza del vero segreto di questo popolo: pensare alla morte almeno 5 volte al giorno.  Secondo Ura il problema della cultura occidentale è il mancato contatto con i corpi morti, le ferite ancora fresche o le cose marce. La morte è parte integrante della vita e della condizione umana, perciò occorre essere preparati al momento in cui si smetterà di esistere. Come dicono i buddisti: non bisognerebbe aver paura di morire più di quanto non si tema di buttar via i vestiti vecchi. E tutto ciò sembra suffragato da studi recenti condotti da psicologi dell’Università del Kentucky, i quali mettono in evidenza come il pensare frequentemente alla fine del nostra esistenza crea pensieri positivi, una sorta di reazione psicologica naturale.

I bhutanesi sono circondati da illustrazioni riguardanti la morte e nessuno viene tenuto al riparo da queste immagini, nemmeno i bambini. La religione infatti, rappresenta uno dei motivi che contribuiscono a questa diffusa felicità, soprattutto attraverso il principio della reincarnazione: se avrai la possibilità di vivere un’altra realtà, non penserai a quella che stai lasciando.

Concludo questo post facendo notare come la felicità sia presente nel simbolo della bandiera, attraverso delle sfere che sono tenute dagli artigli del drago del tuono. Sì proprio un drago!!

Non pensate che questo sia un elemento che confermi il Bhutan come un paese fantastico? Io credo di sì!!

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